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WP4 - Gruppo di lavoro italiano "Interoperabilità e servizi"
Linee guida tecniche per i programmi di creazione di contenuti culturali digitali
Edizione italiana 2.0

INTRODUZIONE

In tutta Europa sono finanziate con investimenti considerevoli, sia pubblici che privati, iniziative internazionali, nazionali, regionali e locali, finalizzate a promuovere la diffusione di risorse culturali accessibili attraverso i canali digitali.
Le motivazioni di queste iniziative sono molteplici, riguardano le più diverse categorie di risorse culturali, mirano a soddisfare differenti fini sociali ed economici e a rispondere alle esigenze di vari gruppi di utenti.
Gli enti che sostengono i programmi di creazione, gestione, fruizione di contenuti culturali digitali condividono però generalmente un interesse comune: massimizzare il valore dei propri investimenti, richiedendo che i contenuti culturali digitali prodotti con i loro finanziamenti siano il più possibile orientati all’utenza, accessibili, fruibili, portabili e durevoli nel tempo. Queste qualità specifiche sono determinate dal presupposto che le risorse, e i meccanismi che vi danno accesso, debbano essere interoperabili.
La chiave per conseguire l’interoperabilità è assicurare un approccio coerente al ciclo di vita delle risorse digitali (vedi § 1.4) attraverso un uso efficace di standard, raccomandazioni e linee guida che codificano le buone pratiche.
I programmi di digitalizzazione riconoscono il valore degli standard; l’adozione di un set condiviso di standard tecnici e di linee guida rappresenta spesso il primo passo nella ricerca di omogeneità all’interno di un programma.
Questo documento si rivolge a coloro che sono coinvolti in programmi di creazione di contenuti culturali digitali a livello decisionale e/o gestionale, e mira a fornire delle linee guida per affrontare la creazione e gestione di risorse culturali digitali di qualità in maniera integrata, attraverso l’adozione di standard tecnici e descrittivi.

1.1  Finalità del documento

Va anzitutto precisato che scopo di queste linee guida non è imporre un modello o un insieme normativo di requisiti ai quali tutti i progetti dovrebbero conformarsi.
Sarebbe impossibile redigere un unico documento in grado di cogliere ogni esigenza specifica dei contesti in cui operano molteplici differenti programmi; è naturale che programmi diversi adottino approcci diversi nell’adozione delle linee guida.
Si tenta qui piuttosto di identificare gli ambiti in cui un approccio comune già esiste, e di fornire un nucleo intorno al quale strutturare gli ulteriori requisiti, specifici dei singoli contesti.
Le raccomandazioni offerte sono applicabili a livello generale; la sola adozione di queste linee guida non può però di per sé garantire l’interoperabilità. Gli esatti requisiti per la fruibilità, la portabilità e la durabilità delle risorse digitali sono soliti variare dall’uno all’altro programma, e il modo in cui gli standard vengono applicati nell’ambito dei singoli progetti riflette queste differenze; inoltre, ogni programma opererà all’interno di un contesto in cui ai progetti si richiede di adeguarsi a vincoli e standard determinati dalle diverse parti in causa (istituzionali, di programma, settoriali, regionali, nazionali, internazionali). Per esempio, i programmi finanziati dal settore pubblico possono ricadere nell’ambito di normative e standard emanati dai governi nazionali, la cui adozione garantisce la condivisione dei dati con altri enti e servizi che operano nello stesso contesto pubblico.
L’ambiente tecnologico è in continua evoluzione, e gli standard si evolvono persino nel corso del ciclo di attuazione di un programma. Chi gestisce programmi e progetti di digitalizzazione e fruizione online di risorse digitali dovrebbe mantenersi al corrente degli sviluppi che concernono gli standard riguardanti il proprio contesto operativo.
È importante che i programmi forniscano ai progetti un supporto supplementare attraverso un servizio di consulenza che offra assistenza all’interpretazione e all’applicazione di standard e linee guida e garantisca che le raccomandazioni in essi contenute siano aggiornate in modo da riflettere le evoluzioni più significative.

1.2  Il ruolo degli standard tecnici

La British Standards Institution (BSI) offre la seguente definizione di standard: «Uno standard è una specifica pubblicata che determina un linguaggio comune, contiene una specifica tecnica o altri criteri precisi ed è concepito per essere utilizzato coerentemente, come una norma, una direttiva o una definizione. Gli standard sono applicati a vari materiali, prodotti, metodi e servizi. Essi contribuiscono a semplificare la vita e ad accrescere l’affidabilità e l’efficacia di molti beni e servizi da noi utilizzati»1 .
L’uso appropriato di standard nella digitalizzazione contribuisce a determinare la compatibilità delle risorse, che ne consente l’interoperabilità. Un alto livello di compatibilità tra le risorse digitali messe a disposizione da molteplici fornitori fa sì che uno strumento o un servizio che operi con queste risorse si trovi a gestire un numero limitato di formati, interfacce e protocolli chiaramente definiti. Per contro, un numero sempre più elevato di formati e protocolli differenti renderebbe un tale sviluppo complesso, costoso e nella migliore delle ipotesi inaffidabile. Inoltre, il procedimento stesso attraverso il quale gli standard vengono sviluppati implica che essi riescano a cogliere buone pratiche basate su esperienze passate e a imporre il rigore nelle prassi d’uso corrente.

Gli standard possono essere:
de jure – formalmente riconosciuti da un organismo responsabile della definizione e diffusione di standard, di solito sviluppati attraverso il comune accordo di un certo numero di parti interessate. Gli standard emanati dall’ISO, o l’insieme dei protocolli TCP/IP, mantenuti dall’Internet Engineering Task Force (IETF), ne sono esempio.

de facto – standard industriali, privi di riconoscimento formale da parte di un organismo di standardizzazione, tuttavia largamente diffusi, utilizzati e riconosciuti come standard dagli utenti. Per fare un esempio, può trattarsi di un formato di documento generato da un software che possiede una quota ampia o prevalente del mercato in un determinato settore, come l’Adobe Portable Document Format (PDF).

La scelta di uno standard aperto (non proprietario) si rivela particolarmente consigliabile, se si prendono in considerazione caratteristiche fondamentali quali:

  • l’accesso aperto (open access) allo standard medesimo e alla documentazione prodotta nel corso del suo sviluppo
  • la libera utilizzazione (open use): l’implementazione dello standard comporta costi esigui o nulli per i diritti di proprietà intellettuale, per esempio tramite licenze d’uso
  • la costante assistenza orientata ai bisogni degli utenti piuttosto che agli interessi del produttore dello standard.

Nello scenario descritto, poiché le specifiche di formati, interfacce e protocolli impiegati dai produttori delle risorse sono liberamente disponibili, più sviluppatori possono produrre strumenti e servizi similari evitando la dipendenza da un unico strumento o da un’unica piattaforma.
In generale, le procedure formali connesse allo sviluppo di standard de jure sono ritenute la garanzia che tali standard siano davvero “aperti”.
Le presenti linee guida accordano la preferenza a standard aperti, ma in alcuni casi prendono in considerazione anche gli standard industriali o de facto.

1.3  I vantaggi e benefici degli standard

 I principali ambiti da prendere in considerazione sono i seguenti:

Interoperabilità. È importante che gli utenti possano accedere direttamente alla più ampia gamma di contenuti, indipendentemente dal fatto che questi siano stati realizzati da progetti e programmi di finanziamento diversi. Dovrebbe essere possibile reperire i contenuti digitali e interagire con essi in maniera agile e intuitiva, usarli con facilità senza l’esigenza di strumenti specializzati e gestirli efficacemente.

Accessibilità. È importante che i materiali siano accessibili al più vasto pubblico e che vengano messi a disposizione attraverso l’impiego di standard aperti e formati non proprietari. Se si produce una risorsa destinata ad avere largo impiego, sarà necessario prevedere un accesso multilingue e garantire l’accessibilità a cittadini con varie disabilità.

Conservazione a lungo termine. La costante manutenzione degli standard aiuta a garantire il futuro a lungo termine dei materiali, in modo tale da mantenere la risorsa culturale nella sua continuità storica e diversità di formato ed elevare al massimo la rendita dell’investimento.

Sicurezza. Nell’epoca delle reti, è importante poter stabilire con certezza l’identità dei contenuti e dei progetti (e, quando necessario, degli utenti); proteggere i diritti di proprietà intellettuale e il diritto alla riservatezza; poter determinare l’integrità e l’autenticità delle risorse.

Se questi aspetti non vengono affrontati efficacemente si può incorrere in gravi conseguenze, come lo spreco di risorse da parte di diversi attori:

Utenti il cittadino, lo studioso, lo studente. Costoro sprecheranno tempo ed energie, non potendo trovare o utilizzare prontamente quanto corrisponde alle loro esigenze, perché non è stato descritto adeguatamente o perché è disponibile solo attraverso un protocollo o in un formato particolare o perché richiede strumenti specializzati per potere essere utilizzato, oppure perché non è stato digitalizzato in modo tale da risultare usabile.

Fornitori, gestori dell’informazione. I loro investimenti possono rivelarsi sproporzionati e andare sprecati se, investendo in prassi non standardizzate o sorpassate, le risorse non si dimostrano valide per l’uso cui sono destinate o i loro prodotti raggiungono solo una parte del pubblico potenziale.

Finanziatori. Rischiano di pagare per lavori ridondanti e frammentari, per una reiterazione dei processi d’apprendimento altrimenti superflua, per progetti che operano meno efficacemente di quanto dovrebbero o adottano tecnologie non ottimali, per contenuti che non corrispondono alle esigenze degli utenti o del mercato.

Creatori, autori. Il loro lascito per il futuro può andare perduto.

 1.4 Il ciclo di vita delle risorse digitali

La struttura delle linee guida riflette il ciclo di vita delle risorse digitali e corrisponde, con alcune modifiche, alla struttura del Manuale di buone pratiche per la digitalizzazione del patrimonio culturale sviluppato dal progetto MINERVA 2. Il documento si articola in varie sezioni, ciascuna delle quali corrisponde a una tappa del ciclo di vita. In pratica, però, esistono relazioni e interdipendenze tra le attività condotte nel corso di queste diverse tappe e alcune di queste possono non essere strettamente sequenziali.

Le sezioni principali sono le seguenti:

  • Progettazione
  • Preparazione per la digitalizzazione
  • Trattamento degli originali
  • Processo di digitalizzazione
  • Memorizzazione e conservazione del master digitale
  • Creazione dei metadati
  • Pubblicazione
  • Reperimento
  • Riuso
  • Diritti di proprietà intellettuale e copyright

1.5  Graduazione dei requisiti

Standard e linee guida adottati dai programmi sono spesso graduati secondo una diversa efficacia prescrittiva, distinguendosi in:

Requisiti. Gli standard largamente accettati e di uso corrente. I progetti devonoadottare gli standard identificati come requisiti.

Raccomandazioni. Rappresentano buone prassi, ma possono esservi ragioni che sconsigliano di trattarle come requisiti assoluti (ad esempio perché si tratta di standard ancora in via di sviluppo). I progetti dovrebbero mantenersi costantemente al corrente dell’evoluzione di tali standard e delle loro possibili applicazioni.

La distinzione tra requisiti e raccomandazioni è generalmente usata all’interno di un programma specifico, mentre queste linee guida hanno la finalità di fornire un documento di base da utilizzare per molteplici programmi.
All’interno di un programma o di un progetto specifico, però, i progetti esecutivi, i capitolati tecnici e simili devono prescrivere gli standard da adottare e dovrebbero distinguere con chiarezza i requisiti, se ve ne sono, dalle raccomandazioni e dai suggerimenti.
Nella documentazione sugli standard, le parole “deve, dovrebbe e può”, riprese dalla terminologia usata nella documentazione della Internet Engineering Task Force (IETF), quando sono evidenziate, comunicano significati precisi sulla gradazione di requisiti, raccomandazioni, suggerimenti; esse sono impiegate come parole chiave nel testo di questo documento. 

Deve (must): indica un requisito tecnico assoluto cui tutti i progetti devono obbligatoriamente attenersi.

Dovrebbe (should): indica una direttiva che per valide ragioni non ha l’obbligatorietà del requisito, ma, prima di disattenderla, le sue implicazioni dovranno essere comprese appieno e il caso andrà attentamente valutato. Dovrebbe si usa, ad esempio, in connessione con standard tecnici che probabilmente verranno largamente adottati nel corso del ciclo di vita del progetto, ma che sono ancora in via di diffusione.

Può (may): indica un suggerimento. Il tema merita attenzione, ma i progetti non sono obbligati a seguire tale indicazione. Il termine può è stato pertanto impiegato, ad esempio, in riferimento a standard ancora in via di sviluppo.

Nel redigere standard e linee guida per un programma specifico, gli autori dovrebbero adattare i livelli specificati in questo documento a quelli del proprio contesto; gli autori dovrebbero fare un uso appropriato di queste chiavi convenzionali per comunicare con efficacia.


esempi, raccomandazioni e linee guida

IETF RFC 2119. Key words for use in RFCs to Indicate Requirement Levels
<http://www.ietf.org/>
<http://www.ietf.org/rfc/rfc2119.txt?number=2119>


2] Good Practice Handbook, Vers. 1.3 (March 3 2004), ed. by MINERVA WG6, texts by C. Clisman et al., @ MINERVA 2004, <http://www.minervaeurope. org/structure/workinggroups/goodpract/document/goodpractices1_3.pdf>. Traduzione italiana: Manuale di buone pratiche per la digitalizzazione del patrimonio culturale, Vers. 1.3 (3 marzo 2004), trad. it. Mario Sebastiani, © MINERVA 2004, <http://www.minervaeurope.org/structure/workinggroups/ goodpract/document/buonepratiche1_3.pdf>.


 

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