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Manuale per l'interazione con gli utenti del Web culturale
Prima edizione (Aprile 2009)
a cura di Pierluigi Feliciati e Maria Teresa Natale
MINERVA EC Working Group “Quality, Accessibility and Usability”


1.2 Le ultime tendenze: Web 2.0-3.0

Nel primo decennio dello sviluppo della presenza delle istituzioni culturali online, le informazioni erano tradizionalmente distribuite basandosi sul modello del broadcast, cioè i contenuti erano creati e pubblicati dalle stesse istituzioni e distribuiti ai molti possibili utenti tramite il Web. Negli ultimi due anni il Web è cambiato profondamente diventando più partecipativo e con molte più opportunità per ogni singolo utente di far sentire la propria voce. Molto è stato scritto sulla natura partecipativa del Web 2.0 e su come si sia gradualmente sviluppato a partire dai primi anni del secolo XXI. Durante questo periodo, sono emersi molti progetti innovativi per iniziativa di istituzioni culturali, anche prima che il termine Web 2.0 fosse coniato11. La comparsa di ciò che oggi definiamo Web 2.0 ha portato con sé una crescita esponenziale di blog, di wiki e di strumenti simili che permettono agli utenti finali non solo di fruire di contenuti creati da altri, ma anche di generare e pubblicare i propri micro-dati.

Oltre a essere semplicemente un nuovo set di standard e di servizi, gli strumenti sociali e le interfacce di progettazione dei contenuti tipici del Web 2.0 rappresentano a tutti gli effetti un cambiamento paradigmatico nei modi in cui usiamo Internet. Il modello emergente può essere spiegato come un modello multi-canale, in cui il Web funziona come un conduttore che attraversa reti distribuite che connettono non solo gli istituti culturali e i loro utenti, ma anche le persone tra di loro.

Vista l’esplosione nelle nuove interfacce Web 2.0 di una intensa attività basata su comunità, sembra giunto il momento di esaminare il ruolo degli istituti culturali nella rinnovata società dell’informazione e, più precisamente, il mutato ruolo che possono svolgere sul Web. Ulteriori progressi tecnologici verso il Web 3.0, poi, potrebbero portare con sé ulteriori sfide per la comunità degli istituti culturali.

Per Web 3.012 si intendono invece varie possibili linee evolutive: un Web pienamente semantico, che sappia garantire un accesso profondo all’informazione in rete, aprendo al tempo stesso portali per nuovi tipi di mondi sintetici. Questi mondi virtuali persistenti sono “spazi di immersione” che invitano le persone – o meglio i loro avatar – a muoversi dentro e intorno a edifici e paesaggi, tutti meticolosamente modellati in 3D. Questi spazi non seguono più la metafora della pagina web e sono piuttosto simili a isole collegate tra loro, dove ognuno può edificare la sua casa, vendere le proprie cose nel proprio negozio, persino costruire un’intera biblioteca o un museo aperto a tutti gli altri avatar, il tutto progettato attraverso strumenti disponibili nel mondo reale (vedi anche Appendice 1).

Questa sezione del Manuale vuole offrire un breve excursus delle diverse esperienze del moderno Web, soffermandosi in particolare sugli aspetti che le distinguono dagli ambienti tradizionali del Web 1.0, così come appaiono nel 2008. Questa presentazione è delimitata al contesto dei soggetti culturali (vedi 2.1) ed esplora le modalità con cui questi si sono impegnati online (e nella realtà) a transitare dal modello di trasmissione tradizionale a quello distribuito.

Attraverso i vari tipi di servizio Web 2.0 si è oggi in grado di pubblicare i siti web preferiti, condividere le immagini, la musica o collezioni di video – quando non addirittura aprire a tutti i nostri diari multimediali – permettendo insomma agli altri di scegliere, sondare e fruire dei nostri micro-contenuti, così come noi facciamo con quelli degli altri. Il Web 2.0 offre insomma a tutti molte diverse opportunità di stabilire e mantenere le proprie connessioni orizzontali con colleghi che la pensano in modo simile, con amici, ammiratori o possibili partner d’affari. Una volta connessi, possiamo far sentire la nostra voce in modi nuovi e più creativi. Attraverso forme di collaborazione innovative possiamo farci coinvolgere nei nuovi tipi di attività che stanno aprendosi per gli istituti culturali e per il loro pubblico.

L’altra faccia di questa medaglia, che stiamo già osservando, mostra l’emergenza in cui si trovano quelle istituzioni culturali che avevano già rivendicato il proprio diritto a un angolino del mondo del Web 1.0 e sono costrette ora a reinventarsi da capo.

Piuttosto che offrire un quadro esaustivo delle soluzioni tecnologiche delle piattaforme Web 2.0, abbiamo scelto di mettere a fuoco le esperienze dal punto di vista degli utenti e di quella che potremmo definire l’“ecologia della partecipazione”.

Al contrario di altri contributi recenti, che hanno descritto le piattaforme Web 2.0 seguendo una narrazione cronologica e identificando i modi e i tempi in cui in cui si sono affermate13, questo capitolo tratta di 2.0-3.0 attraverso le varie categorie di esperienze degli “YOUser”, mettendo YOU (te) davvero al centro.

Il termine prosumer era stato coniato da Alvin Toffler nel suo libro del 1980 The third wave 14per descrivere proprio questa sovrapposizione dei ruoli del produttore e del consumatore, ruoli che non ricadono più nelle categorie ben distinte attive negli ambienti Web 1.0. Se preso insieme alla popolarità delle reti peer-to-peer (ovvero da punto a punto, spesso citato con la sigla  P2P), questo fenomeno può  essere considerato anche come un vero e proprio assalto alle istituzioni (ad esempio quelle della memoria) che hanno finora adottato il tradizionale modello basato sul broadcast.


1.2.1             Blog

La più conosciuta delle piattaforme Web 2.0 è certamente il blog, parola derivata dalla contrazione dell’espressione web log (ovvero diario web).

Comparsi inizialmente nel 1997, i blog iniziarono a diffondersi dal 2001 grazie alla disponibilità in rete di piattaforme di gestione gratuite. Un blog è un ibrido tra un diario personale e il giornalismo online ed è caratterizzato dall’ordinamento cronologico delle informazioni. I contenuti di un blog sono sempre datati e, visto che provengono da fonti esterne al quadro dei media tradizionali, tendono spesso a costituire una voce alternativa a quelle ufficiali sugli eventi del mondo. Il fenomeno dei blog, rendendo possibile per tutti la pubblicazione su Internet di dati e documenti, si è presto evoluto da fenomeno d’élite (giornalisti, università e centri di ricerca) a un possibile diritto per chiunque (la comunità dei blogger). L’insieme dei blog esistenti è noto come blogosphere (o blogsfera).

La struttura di un blog normalmente è costruita attraverso quelle applicazioni che rendono possibile la creazione automatica di pagine web. Questa struttura può essere spesso personalizzata con elementi grafici e di formato chiamati template. Un blog permette a chiunque, connesso a Internet, di creare facilmente un proprio spazio web su cui pubblicare in totale autonomia storie, informazioni e opinioni. Ogni articolo di un blog (post) è normalmente collegato a un tema (thread) e i lettori possono lasciare i propri commenti oppure messaggi per l’autore. All’interno del blog ogni post è numerato e può essere individuato specificamente con un permalink,vale a dire con un indirizzo univoco per ogni singolo articolo. In alcuni casi possono anche esserci gruppi di blogger che scrivono in un solo blog, in altri casi sono attivi spazi simili ai blog ma aperti al contributo di chiunque (forum).

L’interfaccia di un blog può essere anche arricchita attraverso l’uso di widget, elementi grafici (bottoni o checkbox) che facilitano l’interazione degli utenti con il programma. Si tratta di porzioni di software che interagiscono colla piattaforma che ospita il blog, aumentandone le funzionalità.

I vantaggi principali di un blog sono il ridotto investimento iniziale necessario, i costi minimi di gestione ma soprattutto il fatto che i contenuti siano generati direttamente dagli utenti.

Ci sono molti ottimi esempi di blog di musei e un utile quadro sull’adozione di questa piattaforma nel settore museale è stato delineato nel 2006 da Jim Spadaccini di Ideu15.

I musei, le biblioteche e gli archivi stanno rendendosi conto sempre più che il fenomeno del blogging può essere funzionale alla propria attività (vedi anche 2.5.1.4). Un’utilissima risorsa che documenta le ultime tendenze nell’adozione di queste tecnologie negli istituti culturali è costituita dagli atti dei congressi Archives&Museum Informatics Conference16, Museum and the Web conferences17, IFLA World Library and Information Congress18  e da altri incontri annuali di professionisti.


1.2.2             Wiki

Un wiki (termine in lingua hawaiana che significa “molto veloce”) è un sito web (o comunque una collezione di documenti ipertestuali) che può essere modificato dai lettori. Il termine wiki indica usualmente anche il software usato per creare siti web di tipo wiki.

Il contenuto di un wiki, insomma, è sviluppato in cooperazione con tutti coloro che vi hanno accesso. Le modifiche dei contenuti sono dunque aperte, libere e gratuite, ma registrate cronologicamente così che sia eventualmente possibile annullare i cambiamenti. Lo scopo di un wiki è dunque quello di condividere, scambiare, raccogliere, conservare e ottimizzare le conoscenze in un clima di cooperazione aperta.

Un wiki è basato completamente sulla logica ipertestuale, dunque con una struttura di navigazione non-lineare. Di norma, ogni pagina contiene un gran numero di link verso altre pagine; nei wiki più estesi si prevede, comunque, anche una navigazione di tipo gerarchico, anche se non è assolutamente necessario utilizzarla.

I blog e i wiki hanno alcune caratteristiche in comune, sia per il modo in cui sono gestiti gli aggiornamenti, consentendo ai lettori la possibilità di lasciare i propri commenti, sia per l’obiettivo comune di sostenere la creazione di comunità online.

L’esempio per eccellenza di wiki è Wikipedia19, risorsa conosciuta in tutto il mondo e fenomeno che ha  praticamente messo a tappeto le enciclopedie tradizionali. Secondo la definizione ufficiale, Wikipedia è «un’enciclopedia online, multilingue, a contenuto libero, redatta in modo collaborativo da volontari e sostenuta dalla Wikimedia Foundation, un’organizzazione senza fine di lucro»20.

La chiave del successo di Wikipedia risiede nella natura collaborativa dei contenuti generati dagli utenti. I materiali informativi sono prodotti da coloro che hanno sufficiente conoscenza per poterne scrivere, oppure hanno a cuore un determinato soggetto tanto da dedicare il proprio tempo per creare una pagina e riempirla di contenuti. Nel primo mese del 2008, secondo Wikipedia c’erano più di 75.000 autori attivi che lavoravano a più di nove milioni di articoli, scritti in 264 lingue. Oltre alle lingue ufficiali, l’enciclopedia collaborativa offre molti contenuti scritti in lingue minori e nei dialetti: in Italia, ad esempio, ci sono ben 11 “Wikipedie” dialettali.

Fondata inizialmente nel 2001 come Nupedia e basata su un sistema complesso di editing collaborativo, Wikipedia ha già generato dozzine di spin-off che usano il software MediaWiki,il programma open source che permette di costruire un’architettura wiki alla base ormai di migliaia di forum e di basi di dati sul Web. Wikipedia è un marchio registrato della fondazione no-profit Wikimedia ed è coperto dalla Licenza GNU Free Documentation License (GFDL)21.

La voce “Museo” su Wikipedia
La voce “Museo” su Wikipedia

Le istituzioni culturali, che di solito contano molto sull’autorevolezza che tradizionalmente rivestono rispetto al pubblico, non sempre trovano di loro gusto i contenuti editoriali di Wikipedia. Convinte infatti di rappresentare la voce più autorevole sulle materie di propria competenza, le istituzioni mal sopportano che gli utenti possano dire liberamente la loro sui beni culturali che fanno parte delle collezioni da esse salvaguardate. In questi casi può essere allora compito delle istituzioni intervenire sui contenuti – magari per correggere gli errori compiuti dagli utenti in totale buona fede – oppure scegliere di tenere gli occhi chiusi e lasciare al pubblico di alimentare spontaneamente e progressivamente l’enciclopedia collaborativa. Senza stare qui a citare esempi degli errori che si possono trovare nelle pagine web istituzionali, trasposti talvolta anche nelle pubblicazioni a stampa, basta una semplice scorsa a livello internazionale di qualche sito web di istituti culturali per confermarci come lo standard non sia sempre al livello che ci aspetteremmo da istituti simili.

Quando venivamo a contatto con dei contenuti provenienti da autorevoli e concrete istituzioni come biblioteche, musei o archivi attraverso i media tradizionali, a stampa o  broadcast che siano, oppure attraverso le interfacce Web 1.0, avevamo sempre la sensazione di dover ciecamente contare su di essi. La conoscenza che emerge ora dai wiki, aperti e generati tramite processi collaborativi, forse, non potrà vantare la stessa autorevolezza: se siti come Wikipedia aspirano ad avere lo stesso livello di integrità e di professionalità che possono vantare le istituzioni culturali internazionalmente riconosciute, probabilmente non riusciranno mai ad eguagliarne l’autorevolezza. D’altra parte, le istituzioni e le organizzazioni culturali possono ben dirsi orgogliose se da qualche parte nel mondo c’è qualcuno abbastanza affezionato ad esse da dedicare il suo tempo libero a descrivere un fondo archivistico, una collezione libraria o un’esposizione museale.

Alcuni istituti culturali hanno scelto invece di invitare il proprio pubblico a contribuire attivamente per costruire e mantenere il proprio wiki istituzionale. Se da un lato la forza del sito web dei National Archives britannici è sempre stata quella di mettere in condizione gli utenti di costruire le proprie storie sulla base di fonti autorevoli scaricabili dalla rete, ora si aggiunge la fantastica opportunità per gli stessi utenti di caricare e condividere le proprie storie in uno spazio web pubblico, rispettato dalla comunità scientifica nazionale e internazionale.

La bella applicazione wiki Your Archives22 è aperta a tutti e ci rassicura sulla possibilità reale di rendere semplice la complessità attraverso l’uso di interfacce intuitive. Mentre scriviamo, il portale sembra a tutti gli effetti uno spazio in evoluzione, per via del grande potenziale degli utenti remoti che scelgono di pubblicare online le proprie ricerche. Questo progetto si basa sulla coraggiosa posizione, affermata d’altra parte anche nel sito web, che «le nuove risorse come Your Archives rappresentano una sfida ai metodi tradizionali di authority scientifica [...] perché permettono un grado di condivisione delle informazioni mai raggiunto prima, innescando un processo di  ‘democratizzazione’ della Storia».

Your Archives, la comunità online degli studiosi dei National Archives britannici
Your Archives
, la comunità online degli studiosi dei National Archives britannici

L’interazione col pubblico attraverso un approccio wiki assicura che i materiali siano raccolti intuitivamente, strutturati professionalmente e pienamente accessibili. Dopo la registrazione i lettori/autori possono iniziare a creare, editare e pubblicare pagine direttamente dal proprio web browser. Secondo i National Archives britannici, Your Archives si basa su contenuti già disponibili nelle sezioni Catalogue, Research guides, Documents Online e nel National Register of Archives. Il Catalogue in effetti presenta link a tutte le pagine di Your Archives, incoraggiando gli utenti a trovare materiali aggiuntivi sui temi cui sono interessati ed eventualmente a decidersi a pubblicare i risultati delle proprie ricerche. La griglia dei temi di ricerca, poi, è stata individuata dallo staff dei  National Archives con propri contenuti in apertura delle diverse aree, mentre agli utenti si suggerisce di seguire i link che sembrano loro più congruenti ed eventualmente a contribuire caricando propri contenuti. Questo garantisce sia che i contenuti/conoscenze/storie siano inseriti in un contesto fortemente strutturato, sia che siano estesi non solo alle risorse archivistiche professionali, agendo inoltre come stimolo e amplificatore dell’archivio con modalità che donano ulteriore autorevolezza e una certa confidenza con l’istituzione che offre la risorsa-portale.

Your Archives sta configurandosi insomma sempre più come uno spazio amichevole: accoglie i suoi lettori per invitarli a contribuire, i neofiti a salire a bordo per la prima volta e tutti gli altri a diffondere i propri contenuti, con il semplice invito: «Puoi iniziare anche solo facendo una piccola correzione di ortografia. Provaci e vedrai come è facile!».


1.2.3             I contenuti in un baccello (pod)

ll podcasting (letteralmente: “scelta in un baccello”) è un sistema che rende possibile scaricare automaticamente documenti (di solito audio o video) detti podcast. Un podcast è insomma un file, disponibile su Internet per chiunque si sia iscritto a un servizio di trasmissione (podcast provider). Il podcastingfunziona quindi in modo simile all’abbonamento a un periodico: la cassetta postale è il PC connesso alla Rete, il postino è il software client, l’editore è il podcast provider.

Data l’ampia scelta di potenziali servizi Web 2.0 disponibili, parte della confusione che regna tra i responsabili delle istituzioni culturali sta nel dover scegliere su cosa sia meglio investire. Una volta che l’istituzione ha deciso dove/come applicare nel modo migliore le proprie risorse, esistono infatti molte possibili scelte. Un modo per costruire una relazione diretta e a lungo termine con il proprio pubblico consiste nell’offrirgli contenuti di alta qualità in abbonamento e in porzioni misurate in bytes.

Come piselli in un baccello, i clipaudio o video vengono confezionati in forma di mini-clip, offerti in anteprima per essere visionati su un piccolo schermo oppure fruiti tramite dispositivi mobili: iPhones, PDA (Personal Digital Assistant) o telefoni cellulari (vedi 2.5.1.7).

Il file viene scaricato o trasmesso in streaming attraverso aggregatori o feed reader in grado di interpretare formati come RSS23 o Atom24 ed essere così scelto per la trasmissione (podcast, appunto) direttamente dall’utente (vedi anche 2.5.1.10).

Un esempio di grande efficacia nell’uso di questi nuovi link diretti è lo SFMOMA Artcasts program per il quale, nel 2007, il celebre Museum of Modern Art di New York ha vinto diversi premi importanti25. Secondo quanto riportato nel sito del Museo, «Artcasts traccia vividi ritratti audio che portano le gallerie del SFMOMA fuori dallo spazio fisico di San Francisco fino agli appassionati d’arte di tutto il mondo. Scaricate l’ultimo Artcast e ascoltate Olafur Eliasson e le reazioni dei visitatori alla sua mostra Take your time, e allargate le vostre percezioni».

SFMOMA Artcasts
SFMOMA Artcasts

Alcune istituzioni utilizzano il podcasting per garantire la libera fruizione delle lezioni a coloro che per motivi vari non avessero la possibilità di seguirle di persona, rilasciando i contenuti con licenza Creative Commons, come ad esempio, in Italia, il Dipartimento di ingegneria strutturale e geotecnica della Sapienza Università di Roma26.

Il Liceo Scientifico “E. Fermi” di Ragusa ha aperto un MultiBlog sul quale pubblica podcast legati alle attività della biblioteca d’istituto27. In pratica alcuni studenti sono stati invitati a “recensire” con un piccolo contributo audio i loro libri preferiti: lo scopo è quello di interessare gli altri studenti a visitare la biblioteca. È un esempio di come il podcasting, affiancando gli altri media già operanti a scuola, possa costituire un utile strumento educativo.

Il valore didattico del podcast è notevole, perché l’utilizzo delle tecnologie non avviene al chiuso di un’aula virtuale, ma all’interno di una comunità pubblica: i gruppi di lavoro che ruotano intorno alla realizzazione di un podcast utilizzano Internet per trasmettere e attingere materiale, comunicando costantemente con altri gruppi.

Un’eccellente risorsa per coloro che desiderino saperne di più sull’uso del  podcasting nei musei è senza dubbio l’articolo dedicato a questo tema sul britannico 24HourMuseum28, mentre la lista delle biblioteche che “podcastano” presente su Wikipedia29 costituisce un’eccellente risorsa per la comunità dei bibliotecari.

Non sono – ovviamente – solo le istituzioni culturali a fare un ottimo uso di queste piattaforme, ma sempre di più le organizzazioni dei mediatradizionali, come la RAI30, la BBC31, gli editori a stampa come InfoWorld32 e naturalmente le migliaia di blogger per i quali non è abbastanza esporre i propri diari solo in formato testuale.

Recentemente diverse istituzioni culturali, soprattutto le università, erogano servizi di Web radio e Web TV, coinvolgendo docenti e studenti nella produzione dei contenuti. Ad esempio, 110 è la voce della comunità universitaria dell’Università di Torino che, «in streaming audio e video, 24 ore su 24, 7 giorni a settimana, favorisce lo scambio di idee, contenuti ed esperienze e valorizza la creatività incoraggiando la sperimentazione di linguaggi multimediali e lo sviluppo di nuove tecnologie»33, oppure Radio MuseoScienza Milano, dove scienziati e ricercatori  partecipano alle conferenze del museo e le voci degli studiosi e dei curatori vanno in onda 24 ore al giorno, tutta la settimana34.

CentodieciWebRadio Univeristà di Torino
CentodieciWebRadio Univeristà di Torino

RadioMuseoScienza
RadioMuseoScienza


1.2.4             Micro-contenuti: condivisioni, segnalibri e classificazione aperta

Spostandoci ora dal tema della conoscenza collaborativa e generata dagli utenti, questa sezione descrive quei siti Web 2.0 che possono essere definiti come spazi di condivisione di micro-contenuti (vedi 2.5.6.2-4).

Per social bookmarking si intende un servizio web attraverso il quale i siti preferiti, i segnalibri (bookmark) creati dagli utenti possono essere resi liberamente disponibili per essere condivisi con gli altri. La classificazione delle risorse avviene attraverso parole-chiave (tag) liberamente scelte dagli utenti. Di conseguenza, al contrario della ricerca tradizionale sul Web, che posiziona una risorsa digitale sulla base del numero di link esistenti verso di essa, il social bookmarking favorisce il posizionamento delle risorse in base a un criterio di utilità condivisa, certamente ben più interessante per gli utenti.

I principali siti che ospitano, aggregano e pubblicano bookmark personali sono del.icio.us (http://del.icio.us), Magnolia (http://ma.gnolia.com), RawSugar (http://rawsugar.com), Library Thing (http://www.librarything.com), mentre altri si focalizzano su particolari generi di media, come quelli che condividono fotografie come Flickr (http://www. flickr.com) o video come YouTube (http://www.youtube.com).


Icone di servizi per il bookmark
Icone di servizi per il bookmark

Molti sistemi di social bookmarking offrono feed RSS (vedi 4.4) organizzati in più categorie. In tal modo l’utente che si iscrive a questo servizio riceve notifiche automatiche ogni volta che altri utenti aggiungono nuovi segnalibri alle categorie di proprio interesse. Molti di questi offrono anche servizi di classificazione aperta (social tagging) per auto-classificare i propri segnalibri.

Il contenuto di diversi oggetti digitali può essere naturalmente classificato usando le stesse parole-chiave. La maggiore popolarità di alcune voci di classificazione rispetto ad altre può essere resa evidenziandola attraverso diversi espedienti grafici, ad esempio cambiando colore, dimensione dei caratteri o posizione nella pagina. L’utente può auto-classificare l’articolo di un blog, una fotografia, un video ecc. e contribuire così a rendere più facile la ricerca all’interno del dominio informativo.

La classificazione, nel social tagging, non può essere basata sull’ordine gerarchico dei contenuti, visto che l’utente può inserire più di una parola-chiave. Più un tag è usato dagli utenti, più il termine diventerà popolare e preciso nella categorizzazione. Quindi, le categorie di ricerca principali saranno create sulla base dei temi più consultati e marcati (tagged) dagli utenti. La categorizzazione in tal modo diventa “democratica”, non imposta dall’alto, ma dal basso e soggetta a un’evoluzione spontanea.

Quando si parla di folksonomy, termine coniato da Thomas Vander Wal nel 2003 e che deriva dalle parole folk (popolo) e taxonomy (tassonomia)35, ci si riferisce al tagging collaborativo o al social tagging. Le folksonomie insomma sono una forma di “classificazione distribuita”: l’utente che consulta un contenuto, lo categorizza e associa ad esso i tag che gli paiono più opportuni. I tag infatti, seguendo un approccio bottom-up, non sono strutturati in categorie e sotto-categorie a priori.

Un interessante esempio in questo ambito è costituito dal servizio TaggaTO36, ideato dalla città di Torino e utilizzabile all’interno delle pagine web dell’amministrazione comunale, che offre la possibilità di semplificare la comunicazione fra cittadini e istituzione. Gli utenti (se registrati nel portale Torinofacile) possono salvare le pagine che ritengono significative e successivamente denominarle con tag, che consentano a loro e ad altri utenti di trovare notizie e informazioni in maniera più semplice.

Uno dei difetti delle folksonomie può consistere nella proliferazione di varianti dello stesso termine (sinonimi, omonimi, forma al singolare o al plurale, minuscole/maiuscole ecc.). Per evitare questo rischio si possono adottare tecniche come il clustering (raggruppamento in grappoli) per associare diversi elementi e ottenere che diversi tag siano trattati come se fossero uno (ad es. Folksonomy, folksonomy o folksonomies).

Risulta opportuno adottare il sistema delle folksonomie quando si sceglie di non gestire centralmente la classificazione, ma si vuole consentire agli utenti finali di partecipare alla classificazione dei contenuti, facendo così emergere dal basso i modelli mentali.

I vantaggi principali di questo sistema sono: la rapidità della classificazione, distribuita e condivisa; la sua scalabilità, vale a dire la capacità di rispondere alle richieste degli utenti adattandosi ad esse, aumentando o diminuendo in complessità; il risparmio nei costi e nel tempo; la facilitazione della serendipity (vale a dire possibilità di scoprire qualcosa accidentalmente, anche se non lo si stava cercando); la facilità d’uso; un ampio seguito popolare; e infine la creazione di modelli mentali condivisi.

Ciò che accomuna tutti questi servizi Web 2.0 è il principio del tagging; l’uso semplice di “ganci” personali, vale a dire la marcatura con metadati applicata ad oggetti digitali.

I tag ci sono presentati spesso in forma di “nuvole”(tag cloud), dove sono i termini stessi a essere usati per mostrare in modo semplice le marcaturegenerate dagli utenti in una forma altamente visiva. I termini, tipicamente, sono elencati in ordine alfabetico e sono “pesati” a seconda della frequenza con cui sono stati usati in un determinato ambiente di rete. Ad esempio, la tagcloud che rappresenta i vostri segnalibri nella vostra pagina del.icio.us vi consentirà di vedere con che frequenza avete usato i vari termini. Il termine usato più frequentemente, infatti, apparirà con il font del carattere più grande, oppure in grassetto, e risalterà in mezzo agli altri termini usati di meno, che sfumeranno sullo sfondo coi loro caratteri più piccoli o sottili.

Esempio di tagcloud
Esempio di tagcloud

Un ulteriore vantaggio nel mostrare i tag in questa forma sta nella possibilità di condividerli con altri. Quando i bookmark sono elencati, sono spesso descritti anche con codici colorati che mostrano quanti altri li abbiano usati. Questa modalità è particolarmente efficace per conoscere i siti e gli argomenti più popolari.

Un altro modo di organizzare i tag in ambienti condivisi sono le aggregazioni in bundle (fascine) e frequenza d’uso, permettendo anche di seguire il percorso della procedura di tagging all’inverso, così da verificare quali altre pagine web sono state marcate usando gli stessi termini, seguendo sentieri di briciole di pane (breadcrumb). Inoltre, esplorando chi altro ha usato tag simili ai nostri, si può facilmente scoprire come altri, che in qualche misura la vedono come noi, salvano e descrivono pagine web, fino a recuperare l’intera lista dei segnalibri di una persona specifica. In questo modo ci si può sentire in contatto coi percorsi attraverso il Web di altri utenti, seguendo le loro orme man mano che definiscono bookmark lungo il cammino.

Il valore dei bookmark “pesato” per numero e colore
Il valore dei bookmark “pesato” per numero e colore

Gli svantaggi del social tagging sono la mancanza di precisione, la maggiore utilità per le esplorazioni piuttosto che per le ricerche più precise, la proliferazione delle varianti per ogni singolo termine e un evidente eccesso di informazione.

Scegliere di far “taggare” i propri contenuti culturali con queste tecniche dipende soprattutto dal valore che si attribuisce alla natura soggettiva delle descrizioni non  professionali. Si tenga conto infatti che, pur usando la stessa lingua, i tag che uno trova molto utili possono risultare totalmente inutili per qualcun’altro vista la qualità personalizzata del tagging online. Questo è chiaramente dovuto al fatto che non condividiamo mai del tutto lo stesso vocabolario e le parole che usa una persona sono spesso così autoreferenziali che un’altra non riuscirebbe a capire appieno il senso della descrizione di un’immagine o di un articolo fatta dalla prima.

In pratica, mancano le premesse per un vocabolario controllato: significati condivisi di termini tecnici, ortografia standardizzata anche nell’uso delle lineette, deduzione di significati attraverso abbreviazioni ecc. Sono in corso di sviluppo, in ogni caso, miglioramenti ai sistemi di social tagging per ovviare a questi problemi, per cui possiamo sperare che la possibilità di condividere i tag in rete diventi presto più efficiente.

In un bell’articolo sul funzionamento delle folksonomie37, Marieke Guy ed Emma Tonkin dimostrano, basandosi su casi reali, che si può parlare di una naturale tendenza verso la convergenza linguistica nella scelta dei tag e dell’esistenza di strategie per facilitarla. E lo fanno citando Steven Pinker e il suo The language instinct38 per introdurre i linguaggi pidgin (una combinazione di parole di altre lingue priva di una struttura grammaticale stabile) e creolo (una combinazione di parole di altre lingue basata su una grammatica stabile). Pinker suggeriva che il creolo deriva dal pidgin nella misura in cui alle persone è data la possibilità di parlare tra di loro, quindi Guy e Tonkin ne deducono che allo stesso modo i servizi di social tagging rappresentano ambienti ideali nei quali vocabolari di metadati possono crearsi e ottimizzarsi in modo naturale.

Se “taggare”una fotografia punta a descrivere un’immagine sia per gli altri che per noi, nel contesto di un’istituzione culturale i tag aggiunti dagli utenti possono essere utili per coinvolgerli nel descrivere un oggetto artistico, un libro o un’opera d’arte.

Nell’ambito delle istituzioni culturali, uno dei primi esempi di questo genere di tassonomie è stato il progetto Steve Museum39.

Sercondo S. Chun et al., «attribuendo tag possiamo far sentire la nostra voce, a mo’ di autori, e creare un ulteriore mezzo di accesso all’arte per l’opinione pubblica. Per i musei, includere queste prospettive alternative rappresenta il segno di un cambiamento importante verso una più ampia consapevolezza di quale debba essere il nostro ruolo in una comunità eterogenea e l’affermazione dell’obiettivo di promuovere un impegno sociale nei confronti del pubblico»40.

Nonostante questa dichiarazione sia senza dubbio ammirevole e ambiziosa, se si prendono in considerazione i diversi modi in cui le persone tendono a descrivere le cose, si aprono molte domande su come ciascun individuo, in un contesto autorevole come quello di un museo, possa davvero contribuire a fornire interpretazioni significative di un oggetto museale, piuttosto che solo la sua descrizione soggettiva. Un modo per risolvere questo problema potrebbe essere contestualizzare i contributi nell’ambito di vocabolari in formazione, come suggeriscono i già citati Guy e Tonkin: man mano che i tag diventano popolari nel contesto del museo, e conseguentemente più significativi, essi dovrebbero acquistare maggiore interesse per tutti41.

La home page del progetto Steve Museum
La home page del progetto Steve Museum

Esistono già molti siti nei quali gli utenti possono contribuire con le proprie descrizioni. Il Powerhouse Museum di Sidney ha introdotto applicazioni di folksonomie42 per descrivere le proprie collezioni in aggiunta ai tradizionali meccanismi di ricerca, un’eccellente esperienza di riferimento per coloro che fossero interessati a verificare come le folksonomie possono funzionare per un’istituzione culturale.

Powerhouse Museum, Sidney, tagging online   Powerhouse Museum, Sidney, tagging online
Powerhouse Museum, Sidney, tagging online

Gestire quantità importanti di micro-contenuti caricati direttamente dagli utenti costituisce un impegno davvero notevole, specialmente in assenza di tassonomie strutturate su cui contare. Per garantire il mantenimento di una sorta di ordine tassonomico per la propria banca dati di immagini, Google sta incoraggiando gli utenti ad aggiungere i propri tag ai contenuti43. Questo è stato reso possibile attraverso una sorta di gioco online che incoraggia gli utenti a “giocare” contro un partner invisibile a trovare etichette (label) simili a dieci immagini estratte a caso da Google images e proposte contemporaneamente ai due giocatori. I partecipanti sono invogliati a giocare da un punteggio, in cui il numero di punti dipende dalla maggiore o minore specificità delle etichette. Secondo Google, in ogni partita si conquistano più punti usando label più descrittive possibile. Ad esempio, all’immagine di un uccello che vola, la gradazione dei punti è proporzionale alla specificità delle parole scelte: con il termine “cielo” si ottengono 50 punti, con “uccello” 60, con “librarsi in volo” 120 e ben 150 con la definizione “gabbiano”. Il Google Image Labeller è stato sviluppato da Luis vob Ahn come ESP Game, concesso poi in licenza a Google.

Google Image Labeller
Google Image Labeller

Questi tipi di collaborazioni online basate sul coinvolgimento di tutti possono essere considerate altamente proficue. La conoscenza collettiva raccolta attraverso la collaborazione volontaria degli utenti può essere usata infatti a fini di lucro: i tanti che sono felici di collaborare altruisticamente alla qualità complessiva del Web non lo sarebbero forse altrettanto se sapessero di garantire del guadagno a pochi. Questo fenomeno commerciale è stato identificato da Jeff Howe col termine crowdsourcing44.

Anche alcune istituzioni culturali stanno muovendosi in questa direzione, all’interno di un quadro preciso, non profit e riconosciuto a livello internazionale, con la differenza che l’obiettivo di generare folksonomie è considerato come uno sforzo collettivo, degli utenti, per gli utenti.

Questo genere di sviluppi, che attraversa l’intero territorio delle applicazioni Web 2.0, è meglio accolto nel settore dei beni culturali quando riflette il mandato non profit. Comunque, quando gli istituti culturali sono consapevoli delle potenzialità del Web 2.0, anche nel territorio più istituzionale i bibliotecari, gli archivisti e i curatori museali sempre più spesso “sbirciano oltre la siepe” per vedere se possono portare qualcosa a casa.

Un esempio di questo genere di sinergia Web 2.0 è rappresentato dalla collaborazione tra Flickr, di proprietà di Yahoo!, e la Biblioteca del Congresso americana, per «dotare tutti gli utenti dell’opportunità di descrivere il contenuto di una grande collezione fotografica pubblica». Gli utenti, in questo caso, sono invitati a descrivere le foto della collezione della Library of Congress su Flickr, aggiungendo tag o lasciando i propri commenti a proposito di due collezioni: 1930s-40s in colour e News in the 1910s45. Secondo Flickr «queste belle immagini storiche rappresentano materiali di cui la Biblioteca non detiene la proprietà intellettuale. Flickr lavora con la Library of Congress per stabilire insieme i diritti su questi materiali. Il progetto si chiama No known copyright restrictions (copyright sconosciuto). Si spera che questo progetto pilota possa diventare un modello per altre istituzioni culturali per condividere e diffondere la miriade di collezioni possedute dagli istituti culturali di tutto il mondo».

Una mostra di fotografia contemporanea organizzata dalla inglese Tate Britain Gallery è How We Are: Photographing Britain (come siamo: fotografando la Gran Bretagna). Durante l’estate del 2007 la Tate invitava il pubblico a contribuire ai contenuti della mostra partecipando al gruppo Flickr “How We Are Now”. Si incoraggiava cioè il pubblico a inviare i propri lavori collocandolo in uno dei quattro temi della mostra: ritratto, paesaggio, natura morta o documentario. Le fotografie raccolte sono state pubblicate sia tramite una presentazione online, sia su schermi nel museo, e quaranta tra le fotografie – dieci per ciascuno dei temi – sono state selezionate per essere stampate ed esposte dal 6 agosto al 2 settembre 200746.

How We Are: Photographing Britain
How We Are: Photographing Britain

Alcune istituzioni culturali italiane hanno pagine dedicate su servizi di video e photo sharing: ad esempio, il Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto (Mart) ha inaugurato su Flickr un gruppo per condividere «foto eccezionali di mostre ed eventi (compresi i dietro le quinte)»47, e su YouTube un canale su cui trovano spazio «tutti i video realizzati dal Mart e dalla [sua] community di appassionati d’arte»48.

Il canale del Mart di Rovereto su YouTube
Il canale del Mart di Rovereto su YouTube

Schede
1.2.8.1 Flickr, YouTube


1.2.5 Le reti sociali (social network) sul Web

Entrare a far parte della versione Internet di una rete sociale è sempre più di moda: la rete di relazioni sociali di cui ciascuno di noi fa parte, nelle varie sfere delle proprie attività di ogni giorno, può cioè essere online, essere organizzata in mappe consultabili e arricchita con sempre più contatti. Il fenomeno del social networking si è sviluppato tanto nel campo delle relazioni professionali che in quello dei rapporti personali.

Per far parte di un social network online ognuno di noi deve innanzitutto costruirsi un profilo, completo di informazioni di base come l’indirizzo e-mail, i nostri interessi e le nostre passioni, le esperienze di lavoro e le referenze accumulate. A questo punto possiamo invitare le nostre conoscenze ad entrare nel network ed esse a loro volta faranno lo stesso, così che il cerchio dei contatti si allarghi continuamente. Il risultato è la creazione di comunità tematiche basate su interessi condivisi o su settori lavorativi.

Ulteriori evoluzioni stanno provenendo dai social network semantici, che interconnettono automaticamente sia le persone sia i blog.

I social network possono essere suddivisi in alcune categorie:

  • social browsing, condivisione di siti preferiti (es. del.icio.us, vedi anche 1.2.4)
  • interest network, reti basate su interessi condivisi (utenti lontani geograficamente o per caratteristiche socio-demografiche possono ritrovarsi in base a interessi e passioni comuni) (per esempio, Flickr).
  • action network (per organizzare attività “fisiche” attraverso il Web)
  • personal social network.

Se più di cento siti possono essere classificati come social network49, nelle schede di approfondimento ci siamo concentrati su tre di essi, che sono diventati familiari per molti di noi. Secondo le statistiche aggiornate di Wikipedia, MySpace (http://www.myspace.com) vanta ben 217 milioni di utenti registrati, mentre Facebook a inizio 2009 ne conta 175 milioni50 (http://www.facebook.com). Infine, Linkedin, un sito dedicato a mettere in  rete professionisti, dichiara di avere 16 milioni di utenti registrati (http://www.linkedin.com).

Mentre le prime due piattaforme si focalizzano sulla condivisione dei contenuti e della conoscenza, facendo un uso significativo di filtri collaborativi, Linkedin è mantenuto da gruppi con affinità professionali che crescono attraverso raccomandazioni personali.

Schede
1.2.8.2 MySpace
1.2.8.3 Facebook
1.2.8.4 Linkedin


1.2.6             Gli ambienti virtuali multi-utente: MUVE (Multi User Virtual Environment)

Le piattaforme Web 2.0 viste finora agiscono in spazi web bidimensionali e si utilizzano soprattutto attraverso pagine web e telefoni cellulari. Mentre questo genere di reti sociali incoraggia i partecipanti a partecipare attivamente a fornire contenuti al Web, si sta iniziando a fare passi avanti da ambienti virtuali basati su Web, creando spazi dove le persone si incontrano come avatar e interagiscono in ambienti virtuali multi-utente e tridimensionali, i MUVE (vedi 2.5.7 e Appendice 1). Questa sigla si riferisce ad ambienti virtuali online multiutente, talvolta definiti “mondi virtuali”. I moderni MUVE hanno una grafica 3D isometrica/in terza persona e sono accessibili tramite Internet. Permettendo a migliaia di utenti di interagire simultaneamente, essi rappresentano dei mondi virtuali persistenti.

Nell’estate del 2007, il «New Scientist»ha pubblicato un rapporto speciale su Second Life, mentre all’incirca nello stesso periodo il mondo virtuale conquistava la copertina di «Newsweek». Questi mondi sono emersi dalla visione fantastica di Neal Stephenson nel suo romanzo Snow Crash51, attraversando il limite tra l’immaginario pensato per la pura evasione e mondi persistenti. Mondi che non svaniscono mai, insomma, che continuano a prosperare anche quando ci si disconnette. Questi luoghi sono abitati da utenti che si connettono in tutte le ore del giorno e della notte, per interagire con altri con giochi, compravendite, creatività o semplice esplorazione. Second Life è un vasto reticolato di isole dove si svolgono 24 ore al giorno, per 7 giorni alla settimana scambi di prodotti, acquisizioni di proprietà, spettacoli dal vivo, apprendimento in tempo reale e una moltitudine di altre attività.

La nostra attenzione si rivolge ovviamente a indagare come le istituzioni culturali possano rivendicare un proprio ruolo nella nuova frontiera. Per mostrarne le possibilità, si segnalano alcuni casi di istituzioni che si sono già insediate nel nuovo mondo52.

Schede
1.2.8.5
Second House della Svezia su Second Life
1.2.8.6
Università McMaster, Hamilton, Ontario, Canada
1.2.8.7
Musée du Louvre sulla Thompson Island
1.2.8.8
Pinacoteca Staatliche Kunstsammlungen’s, Dresda
1.2.8.9
Giornata internazionale del Museo su Second Life


1.2.7             Conclusioni

Se il Web 1.0 ha gettato le fondamenta per i siti web delle istituzioni culturali, le piattaforme del Web 2.0 offrono servizi più interattivi e di partecipazione. Non solo hanno aperto al contributo autorale degli utenti per i meta e i microcontenuti, ma hanno anche spostato dai siti tradizionali l’esclusività dell’autorevolezza sui contenuti, causando un terremoto negli equilibri del potere di chi gestisce la conoscenza. In quanto tradizionali guardiani non solo delle collezioni fisiche, ma anche dell’articolato insieme di contenuti che ad esse si riferiscono, le istituzioni culturali sono costrette a prendersi una pausa di riflessione per comprendere sia come navigare nel Web 2.0 sia come associarsi nelle logiche sinergiche dei social network.

Questi spazi non possono più essere semplicemente ignorati dalle istituzioni culturali, in quanto detengono ormai una percentuale importante del World Wide Web. Secondo Technorati, all’inizio del 2008 erano stati rilevati quasi 112,8 milioni di blog e verificati più di 250 milioni di contenuti sui social media53. Queste cifre rappresentano milioni di conversazioni che hanno luogo al di fuori dei tradizionali spazi del Web. Si tratta di un rovesciamento senza ritorno del paradigma del Web come finora l’abbiamo conosciuto. Il 15 marzo 2007 la parola Wiki è stata inserita nell’Oxford English Dictionary Online: visto che le risorse del sapere sono sempre più articolate in forma di wiki dobbiamo abituarci al fatto che non sono necessariamente le istituzioni tradizionali a moderare le interazioni col sapere.

La fiducia indiscussa – specie nelle biblioteche, negli archivi e nei musei –, che una volta si basava soprattutto sull’esperienza fisica, può ora dirsi affievolita, se i visitatori notano che i contenuti non sono più curati da tali istituzioni. D’altra parte esistono molte occasioni per festeggiare tutte le volte in cui le istituzioni offrono il proprio patrimonio agli utenti, incontrandoli attraverso nuove forme di interazione.

Questo breve excursus sul Web 2.0-3.0 ha appena sfiorato la punta dell’iceberg, ad esempio, sui problemi nei diritti d’autore (IPR) che questo nuovo genere di interazioni sta facendo emergere. Trattare questo tema in modo efficace richiederebbe una discussione estesa e a più livelli. Questo genere di questioni sul copyright potrebbe essere affrontato appoggiandosi al pacchetto delle licenze Creative Commons, così come si è fatto nel contesto del Web 1.0 per le istituzioni culturali54. Al tempo stesso, e nonostante l’intricata rete di questioni legali sul copyright che necessiterebbe di essere risolta, le opportunità del Web 2.0 possono comunque avere la funzione di far uscire allo scoperto collezioni altrimenti chiuse nei propri silos istituzionali. Integrare piattaforme Web 2.0 all’interno di siti web tradizionali può offrire in forme nuove l’accesso al patrimonio culturale, permettendo a tutti di attribuire le proprie logiche di classificazione agli argomenti e aprendo nuove opportunità per distribuire la ricchezza dei contenuti culturali nelle reti telematiche, anche oltre gli edifici che ospitano gli istituti.

Una raccomandazione di base che questo Manuale vuol fare ai propri TUtenti (YOUsers) è aggiungere un widget (un’applicazione che permette di integrare facilmente nella pagina web altre applicazioni) per consentire ai visitatori di connettersi alle piattaforme Web 2.0 con un semplice click. Gli utenti che passano, anche velocemente, dalle vostre pagine potranno così più agevolmente memorizzarle e classificarle.

Esempio di un widget su un sito di museo
Esempio di un widget su un sito di museo

Questa breve rassegna può forse aver posto più domande che risposte, ma è davvero difficile documentare appieno le ripercussioni del Web 2.0-3.0 quando tutto evolve così velocemente. Il periodo che viviamo pone a musei, biblioteche e archivi una vera e propria sfida: poiché si tratta di opportunità del tutto nuove, solo il tempo saprà dirci se le incursioni nei nuovi territori già attuate dalle istituzioni culturali siano state la scelta giusta. Se infatti questi esperimenti nelle praterie di Facebook, dei wiki e di Second Life riusciranno a garantire la fiducia e la dedizione conquistata negli anni presso i propri utenti, le istituzioni culturali potranno estendere le proprie attività con la stessa autorevolezza e completezza – oltre che verso il passato – dritte verso il futuro.

                       
Roc Fages, Ramón Sangüesa,
Report prepared by ePractice.eu -
a project funded by the European Commission
State-of-the-art in Good Practice Exchange and Web 2.0
http://www.epractice.eu

Lee Rainie, Director, Pew Internet and American Life Project,
Interview: Author David Weinberger Describes
How Tagging Changes People’s Relationship
to Information and Each Other, January 31, 2007
http://www.pewinternet.org/pdfs/PIP_Tagging.pdf

A directory of Web 2.0 applications and services
http://www.go2web20.net

Bibliografia su Biblioteca e Web 2.0, marzo 2009
http://www.uniciber.it/index.php?id=489

Glossario Web 2.0
http://www.uniciber.it/index.php?id=357


11 Susan Hazan, Weaving Community Webs: A Position Paper, DigiCULT Thematic Issue 5:Virtual Communities and Collaboration..., http://www.digicult.info/downloads/digicult_ thematicissue5 _ january_2004.pdf.

12 «Il Web 3.0 è un termine a cui corrispondono significati diversi volti a descrivere l’evoluzione dell’utilizzo del Web e l’interazione fra gli innumerevoli percorsi evolutivi possibili. Questi includono: trasformare il Web in un database, cosa che faciliterebbe l’accesso ai contenuti da parte di molteplici applicazioni che non siano dei browser, sfruttare al meglio le tecnologie basate sull’intelligenza artificiale, il Web semantico, il Geospatial Web, o il Web 3D» (Wikipedia, <http://it.wikipedia.org/wiki/Web_3.0>).

13 The Horizon Report, 2008, pubblicato dal The New Media Consortium, descrive le tendenze tecnologiche nell’educazione superiore e nell’industria creativa. Questo rapporto distingue tre periodi per l’adozione delle piattaforme Web 2.0; entro un anno, tra i due e i tre anni e da quattro a cinque anni. Nell’edizione 2008, l’Horizon Report mette il Web collaborativo e i video spontanei nel primo periodo, mentre la banda larga mobile nel secondo, da due a tre anni. Inoltre, suggerisce che mash-up, intelligenza collettiva e sistemi operativi sociali (la nuova generazione del social network) prenderanno piede fra quattro o cinque anni, <http://www.nmc.org/horizon/>.

14 Alvin Toffler, The third wave, New York: Bantam Books, 1980.

15 Museums: 2.0: A Survey of Museum Blogs & Community Sites, <http://www.ideum.com/ blog/2006/03/06/a-survey-of-museum-blogs-community-sites>.

16 Archives&Museum Informatics, <http://www.archimuse.com/>.

17 Museums and the Web, <http://www.archimuse.com/conferences/mw.html>.

18 IFLA World Library and Information Congress, <http://www.ifla.org/IV/index.htm>.

19 Wikipedia <http://en.wikipedia.org>, di cui la versione italiana è in <http://it.wikipedia.org/wiki/>.

20 Questa definizione in apertura della pagina Wikipedia, <http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia>.

21 The history of Wikipedia, <http://en.wikipedia.org/wiki/History_of_Wikipedia>.

22 Your Archives, <http://yourarchives.nationalarchives.gov.uk>.

23 RSS (Really Simple Syndication), <http://en.wikipedia.org/wiki/RSS_(file_format)>.

24 ATOM (Atom Syndication Format), <http://en.wikipedia.org/wiki/Atom_%28standard%29>.

25 SFMOMA Artcasts Program, <http://www.sfmoma.org/education/edu_podcasts.html>; SFMOMA Artcasts awards, il premio 2007 Museums and the Web Best of the Web Award nella categoria “Best Innovative or Experimental Application” e il premio 2006 American Association of Museums Muse Award nella categoria “Two-Way Communication”.

26 <http://w3.disg.uniroma1.it/biblioteca/index.php?option=com_content&task=section&id= 14&Itemid=157>.

27 <http://blog.liceofermirg.it/?cat=2>.

28 Articolo sul podcasting nei musei, apparso su UK-Based 24 HourMuseum, <http://www.24hourmuseum.org.uk/nwh/ART37770.html>.

29 Libraries who podcast, <http://www.libsuccess.org/index.php?title=Podcasting>.

30 RAI Podcasts, <http://www.radio.rai.it/radio1/podcast/podcast.cfm>, <http://www.radio.rai.it/radio2/podcast/podcast.cfm>, <http://www.radio.rai.it/radio3/podcast/podcast.cfm>.

31 BBC Podcasts, <http://www.bbc.co.uk/radio/podcasts/docarchive/>.

32 InfoWorld Posdcast, <http://weblog.infoworld.com/daily/archives/podcast/archive.html>.

33  <http://www.110.unito.it/>

34 <http://www.museoscienza.org/webradio/>.

35 «La folksonomia è il risultato della libera taggatura a livello personale di informazioni e oggetti (qualsiasi cosa che abbia un’ URL) per agevolare le proprie ricerche. La taggatura viene effettuata in un ambiente sociale (generalmente condiviso e aperto agli altri). La folksonomia viene creata a seguito dell’atto di taggare da parte di una persona che “consuma” l’informazione. Il valore di questa taggatura esterna deriva dal fatto che le persone utilizzano un vocabolario proprio e aggiungono significati espliciti, che possono derivare da una propria deduzione sull’informazione/oggetto. Non si tratta tanto di categorizzare, quanto di fornire dei significati per connettere gli elementi (collocare dei ganci) che rispondano alle esigenze della propria comprensione», Thomas Vander Wal, 2003.

36 <http://www.comune.torino.it/taggato/>.

37 Folksonomies: Tidying up Tags?, «D-Lib Magazine», 12 (2006), n. 1, <http://www.dlib. org/dlib/january06/guy/01guy.html>.

38 Steven Pinker, The language instinct, New York: Harper, 1995.

39 Steve Museum, <http://www.steve.museum>.

40 Susan Chun, Jennifer Trant, Bruce Wyman, Steve.museum: An Ongoing Experiment in Social Tagging, Folksonomy, and Museums, contributo presentato alla conferenza “Museum and the Web 2006”, <http://www.archimuse.com/mw2006/papers/wyman/wyman.html>.

41 Folksonomies: Tidying up Tags? cit

42 Powerhouse Museum, Sydney, <http://www.powerhousemuseum.com/collection/database>.

43 Google’s Imager, <http://www.images.google.com/imagelabeler>.

44 Jeff Howe, «Wired», giugno 2006, <http://crowdsourcing. typepad.com/cs>

45 Flickr Commons, <http://www.flickr.com/commons>

46 <http://www.tate.org.uk/britain/exhibitions/howweare/slideshow.shtm>

47 http://www.flickr.com/groups/mart/

48 http://www.youtube.com/user/MartRovereto

49 Lista dei siti di social networking secondo Wikipedia, <http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_social_networking_websites>

50 Cfr. anche Il fenomeno Facebook:: la più grande comunità in rete e il successo del social network, Milano: Il Sole 24 Ore, 2008

51 Neal Stephenson, Snow Crash, trad. it., quinta edizione italiana, Milano: Rizzoli, 2007

52 Per un elenco di gallerie e musei presenti su Second Life: <http://sl-artgalleries.blogspot.com/>

53 Technorati, <http://www.technorati.com/about>

54 Su questi temi, si veda il recente: IPR Guide, draft 1.0, edited by MINERVA, 2008, <http://www.minervaeurope.org/IPR/IPR_guide.html>


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